Adorazione
dei Magi.
È "vangelo della fede".
Il mio interno
ammonitore mi dice:
«Chiama queste
contemplazioni, che avrai e che ti dirò, "i vangeli della fede",
perché a te e agli altri verranno ad illustrare la potenza della fede e dei
suoi frutti e a confermarvi nella fede in Dio».
Vedo Betlemme
piccola e bianca, raccolta come una chiocciata sotto al lume delle stelle. Due
vie principali la tagliano a croce, l'una venendo da oltre il paese, ed è la
via maestra che poi prosegue oltre il paese, l'altra andando da un'estremità all'altra
dello stesso, ma non oltre. Altre viuzze lo segmentano, questo piccolo paese,
senza la più piccola norma di piano stradale come noi lo concepiamo, ma anzi
adattandosi al suolo che è a dislivelli ed alle case sorte qua e là, secondo i
capricci del suolo e del loro costruttore. Volte quali a destra e quali a manca,
chi messa per spigolo, rispetto alla via che le costeggia, obbligano questa ad
essere come un nastro che si sgomitola sinuosamente e non un rettilineo che va
da qua a là senza deviare. Ogni tanto una piazzetta, sia per un mercato, sia
per una fontana, sia perché, costruito qui e là senza regola, è rimasto uno
scampolo di suolo sghimbescio su cui non è possibile costruire più nulla.
Nel punto dove
mi pare di sostare particolarmente è proprio una di queste piazzette
irregolari. Dovrebbe essere quadrata o quanto meno rettangolare. Invece è
venuta un trapezio tanto strano da parere un triangolo acuto smusso nel
vertice. Nel lato più lungo — la base del triangolo — vi è un fabbricato largo e
basso. Il più largo del paese. Di fuori è un muragliene
liscio e nudo, sul quale si aprono appena due portoni, ora ben serrati.
Dentro invece,
nel suo largo quadrato, si aprono molte finestre al primo piano, mentre sotto
vi sono porticati che cingono cortili sparsi di paglia e detriti, con delle
vasche per abbeverare cavalli e altri animali. Alle rustiche colonne dei
portici sono queste
anelli per tenere legate le bestie, e su un lato
vi è una vasta tettoia per ricoverare mandre e cavalcature. Comprendo che è
l'albergo di Betlemme.
Sugli altri due
lati uguali sono case e casette, quali precedute e quali no da un poco d'orto,
perché fra esse vi è quella che è con la facciata
sulla piazza, e quella col retro della casa sulla piazza. Sull'altro lato più
stretto, fronteggiante il caravanserraglio, un'unica casetta dalla scaletta
esterna che entra a metà facciata nelle camere del piano abitato. Sono tutte
chiuse perché è notte. Non vi è nessuno per le vie, data l'ora.
Vedo aumentare
la luce notturna piovente dal ciclo pieno di stelle, così belle nel cielo
orientale, così vive e grandi che paiono vicine e che sia facile raggiungerle e
toccare quei fiori splendenti nel velluto del firmamento. Alzo lo sguardo per
comprendere la fonte di questo aumento di luce. Una stella, di insolita
grandezza che la fa parere una piccola luna, si avanza nel cielo di Betlemme. E
le altre paiono eclissarsi e farle largo come ancelle
al passare della regina, tanto il suo splendore le soverchia e annulla. Dal
globo, che pare un enorme zaffiro pallido, acceso internamente da un sole,
parte una scia nella quale, al predominante colore dello zaffiro chiaro, si
fondono i biondi dei topazi, i verdi degli smeraldi, gli opalescenti degli
opali, i sanguigni bagliori dei rubini e i dolci scintillii delle ametiste.
Tutte le pietre preziose della Terra sono in quella scia, che spazza il cielo
con un moto veloce e ondulante come fosse viva. Ma il colore che predomina è
quello piovente dal globo della stella: il paradisiaco colore di pallido
zaffiro che scende a fare di argento azzurro le case, le vie, il suolo di
Betlemme, culla del Salvatore. Non è più la povera città, per noi meno di un
paese rurale. È una fantastica città di fiaba in cui tutto è d'argento. E
l'acqua delle fonti e delle vasche è di liquido diamante.
Con un più vivo
raggiare di splendori la stella si ferma sulla piccola casa che è sul lato più
stretto della piazzetta. Ne i suoi abitanti, ne i betlemmiti la vedono, perché dormono nelle chiuse case, ma
essa accelera i suoi palpiti di luce, e la sua coda vibra e ondeggia più forte
tracciando quasi dei semicerchi nel cielo, che si accende tutto per questa rete
d'astri che essa trascina, per questa rete piena di preziosi che splendono tingendo
dei più vaghi colori le altre stelle, quasi a comunicare loro una parola di
gioia.
La casetta è
tutta bagnata da questo fuoco liquido di gemme. Il tetto della breve terrazza,
la scaletta di pietra scura, la piccola porta, tutto è come un blocco di puro
argento sparso di polvere di diamanti e perle. Nessuna reggia della Terra ha
mai avuto od avrà una scala simile a questa, fatta per ricevere il passo degli
angeli, fatta per esser usata dalla Madre che è Madre di Dio. I suoi piccoli
piedi di Vergine Immacolata possono posarsi su quel candido splendore, i suoi
piccoli piedi destinati a posarsi sui gradini del trono di Dio. Ma la Vergine
non sa.
Essa veglia
presso la cuna del Figlio e prega. Nell'anima ha splendori che superano gli
splendori di cui la stella decora le cose.
Dalla via maestra
si avanza una cavalcata. Cavalli bardati ed altri condotti a mano, dromedari e
cammelli cavalcati o portanti il loro carico. Il suono degli zoccoli fa un
rumore di acqua che frusci e schiaffeggi le pietre di un torrente. Giunti sulla
piazza, tutti si fermano. La cavalcata, sotto il raggio della stella, è
fantastica di splendore. I finimenti delle ricchissime cavalcature, gli abiti
dei loro cavalcatori, i volti, i bagagli, tutto splende unendo e ravvivando il
suo splendore di metallo, di cuoio, di seta, di gemma, di pelame, al brillio
stellare. E gli occhi raggiano e ridono le bocche, perché un altro splendore si
è acceso nei cuori, quello di una gioia soprannaturale.
Mentre i servi
si avviano verso il caravanserraglio con gli animali, tre della carovana smontano
dalle rispettive cavalcature, che un servo subito conduce altrove, e a piedi
vanno verso
Sono tre
potenti. Lo dicono le vesti ricchissime. Uno, di pelle molto scura, sceso da un
cammello, si avvolge tutto in uno sciamma di candida
seta splendente, stretto alla fronte ed alla vita da un cerchio prezioso, da
cui pende un pugnale o una spada dall'elsa tempestata di gemme. Gli altri,
scesi da due splendidi cavalli, sono vestiti l'uno di una stoffa rigata, bellissima,
in cui predomina il color giallo, fatto quest'abito come un lungo domino ornato
di cappuccio e di cordone, che paiono un sol lavoro di filigrana d'oro tanto
sono trapunti di ricami in oro. Il terzo ha una camicia setosa,
che sbuffa da larghe e lun
ghe brache strette al piede, e si avvolge in
uno scialle finissimo che pare un giardino fiorito tanto sono vivi i fiori che
lo decorano tutto. In testa ha un turbante trattenuto da una catenella tutta a
castoni di diamanti.
Dopo avere venerato
la casa dove è il Salvatore, si rialzano vanno al caravanserraglio, dove i
servi hanno bussato e fatto aprire.
E qui cessa
È giorno, ora.
Un bel sole splende nel cielo pomeridiano. Un servo dei tre
traversa la piazza e sale la scaletta della piccola casa. Entra. Esce.
Torna all'albergo.
Escono i tre
Savi, seguiti ognuno dal proprio servo. Traversano
Questi sono
ancor più riccamente vestiti della sera avanti.
Le sete
splendono, le gemme brillano, un gran pennacchio di penne preziose, sparse di
scaglie ancor più preziose, tremola e sfavilla sul capo di colui che ha il
turbante.
I
servi portano l'uno un cofano tutto intarsiato, le cui rinforzature
metalliche sono in oro bulinato; il secondo un lavoratissimo
calice, coperto da un ancor più lavorato coperchio tutto d'oro; il terzo una
specie di anfora larga e bassa, pure in oro e tappata da una chiusura fatta a
piramide, che al vertice porta un brillante. Devono essere pesanti, perché i servi li
portano con fatica, specie quello del cofano.
I
tre montano la scala ed
entrano. Entrano in una stanza che va dalla strada al dietro della casa. Si
vede l'orticello posteriore da una finestra aperta al sole. Delle porte si
aprono nelle due altre pareti, e da queste sbirciano coloro che sono i
proprietari: un uomo, una donna e tre o quattro fra giovinetti e bimbi.
Maria è seduta
col Bambino in grembo ed ha vicino Giuseppe in piedi.
Però si alza Ella pure e si inchina quando vede
entrare i tre Magi. È tutta vestita di bianco. Così bella nella sua semplice
veste candida che la copre dalla radice del collo ai piedi, dalle
spalle ai polsi sottili, così bella nella testina coronata di trecce
bionde, nel viso che l'emozione fa più vivamente roseo, negli occhi che
sorridono con dolcezza, nella bocca che s'apre al saluto: «Dio sia con voi»,
che i tre si arrestano un istante colpiti. Poi
procedono e le si prostrano ai piedi. E la pregano di
sedere.
Essi no, non
siedono, per quanto Ella li preghi di farlo. Essi restano
in ginocchio, rilassati sui calcagni. Dietro a loro, pure in ginocchio, sono i
tre servi. Essi sono subito dopo il limitare.
Hanno posato
davanti a loro i tre oggetti che portavano, e attendono.
I tre Savi
contemplano il Bambino, che mi pare possa avere dai nove mesi ad un anno, tanto
è vispo e robusto. Egli sta seduto in grembo alla Mamma, e sorride e cinguetta
con una vocina di uccellino. È vestito tutto di bianco come la Mamma, con sandaletti ai piedini minuscoli. Una vestina molto semplice:
una tunichella da cui escono i bei piedini
irrequieti, le manine grassottelle che vorrebbero afferrare tutto, e
soprattutto la bellissima faccina nella quale splendono gli
occhi azzurro cupi, e la bocca fa le fossette ai lati ridendo e
scoprendo i primi dentini minuti. I ricciolini
sembrano una polvere d'oro tanto sono splendenti e vaporosi.
Il più vecchio
dei Savi parla per tutti. Spiega a Maria che essi hanno visto, una notte del
passato dicembre, accendersi una nuova stella nel cielo, di inusitato
splendore. Mai le carte del cielo avevano portato quell'astro
e parlato di esso. Il suo nome non era conosciuto,
perché essa non aveva nome. Nata allora dal seno di Dio, essa era fiorita per
dire agli uomini una verità benedetta, un segreto di Dio. Ma gli uomini non le
avevano fatto caso, perché avevano l'anima confitta nel fango.
Non alzavano lo
sguardo a Dio e non sapevano leggere le parole che Egli traccia, ne sia in
eterno benedetto, con astri di fuoco sulla volta dei cieli.
Essi l'avevano
vista e si erano sforzati a capirne la voce.
Perdendo
contenti il poco sonno che concedevano alle loro membra, dimenticando il cibo,
s'erano sprofondati nello studio dello zodiaco. E le congiunzioni degli astri,
il tempo, la stagione, il calcolo delle ore passate e delle combinazioni
astronomiche avevano a loro detto il nome e il segreto della stella. Il suo nome: «Messia». Il
suo segreto: «Essere il Messia venuto al mondo». E si erano partiti per
adorarlo. Ognuno all'insaputa dell'altro. Per monti e deserti, per valli e
fiumi, viaggiando la notte, erano venuti verso la Palestina, perché la stella
andava in tal senso. Per ognuno, da tre punti diversi della Terra, andava in
tal senso. E si erano trovati poi oltre il mar Morto. Il volere di Dio li aveva
riuniti là, ed insieme avevano proceduto, intendendosi, nonostante ognuno
parlasse la sua lingua, e intendendo e potendo parlare la lingua del Paese per
un miracolo dell'Eterno.
E insieme erano
andati a Gerusalemme, poiché il Messia doveva essere il Re di Gerusalemme, il Re
dei giudei. Ma la stella si era celata, sul cielo di quella città, ed essi
avevano sentito frangersi di dolore il loro cuore e si erano esaminati per sapere
se avevano demeritato di Dio. Ma avendoli rassicurati la coscienza, si erano rivolti
a re Erode per chiedergli in quale reggia era il nato Re dei giudei che essi
erano venuti ad adorare. E il re, convocati i principi
dei sacerdoti e gli scribi, aveva chiesto dove poteva nascere il Messia. Ed
essi avevano risposto: «A Betlemme di Giuda».
Ed essi erano
venuti verso Betlemme e la stella era riapparsa ai loro occhi, lasciata la
Città santa, e la sera avanti aveva aumentato gli splendori — il cielo era
tutto un incendio — e poi si era fermata, adunando tutta la luce delle altre
stelle nel suo raggio, sopra questa casa. Ed essi avevano compreso esser lì il
Nato divino. Ed ora lo adoravano, offrendo i loro poveri doni e più che altro
offrendo il loro cuore, che mai avrebbe cessato di benedire Iddio della grazia
concessa e di amare il suo
Nato, di cui
vedevano
«Ecco intanto
l'oro come a re si conviene possedere, ecco l'incenso come a Dio si conviene,
ed ecco, o Madre, ecco la mirra, poiché il tuo Nato è Uomo oltre che Dio, e
della carne e della vita umana conoscerà l'amarezza e la legge inevitabile del morire.
Il nostro amore vorrebbe non dirle, queste parole, e pensarlo eterno anche con
la carne come eterno è lo Spirito suo. Ma, o Donna, se le nostre carte, e più
le nostre anime, non errano, Egli è, il Figlio tuo, il Salvatore, il Cristo di
Dio, e perciò dovrà, per salvare la Terra, levare su Sé il male della Terra, di
cui uno dei castighi è
Perché le
carni, che son sante, non conoscano putredine di corruzione
e conservino integrità sino alla loro risurrezione. E per questo nostro dono
Egli di noi si ricordi, e salvi i suoi servi dando loro il suo Regno». Per
intanto, per esserne santificati, Ella, la Madre, dia il suo Pargolo «al nostro
amore. Che baciando i suoi piedi scenda in noi benedizione celeste».
Maria, che ha
superato lo sgomento suscitato dalle parole del Sapiente e ha celato la
tristezza della funebre evocazione sotto un sorriso, offre il Bambino. Lo pone
sulle braccia del più vecchio, che lo bacia e ne è accarezzato, poi lo passa agli altri
due.
Gesù sorride e
scherza colle catenelle e le frange dei tre, e guarda curiosamente lo scrigno
aperto pieno di una cosa gialla che luccica, e ride vedendo che il sole fa un
arcobaleno battendo sul brillante del coperchio della mirra.
Poi i tre
rendono a Maria il Bambino e si alzano. Si alza anche Maria. Si inchinano a
vicenda, dopo che il più giovane ha dato un ordine al servo, che esce. I tre
parlano ancora un poco. Non sanno decidersi a staccarsi da quella casa. Lacrime
di emozione sono negli occhi. Infine si dirigono all'uscita, accompagnati da
Maria e Giuseppe.
Il Bambino ha voluto scendere e dare la manina al più vecchio dei tre,
e cammina così, tenuto per mano da Maria e dal Savio, che si curvano per
tenerlo per mano. Gesù ha il passetto ancora incerto dell'infante e ride
picchiando i piedini sulla striscia che il sole fa sul pavimento.
Giunti alla
soglia — non si deve dimenticare che la stanza era lunga quanto la casa — i tre
si accomiatano inginocchiandosi ancora una volta e baciando i piedini di Gesù.
Maria, curva sul Piccino, gli prende la manina e la guida, facendole fare un
gesto di benedizione sul capo di ogni singolo Mago. È già un segno di croce
tracciato dalle ditine di Gesù, guidate da Maria.
Poi i tre
scendono
La gente si è
affollata sulla piazzetta a vedere l'insolito spettacolo.
Gesù ride
battendo le manine. La Mamma lo ha sollevato e appoggiato al largo parapetto
che limita il pianerottolo e lo tiene con un braccio contro il suo petto perché
non caschi.
Giuseppe è
sceso con i tre e regge ad ognuno la staffa mentre salgono sui cavalli e sul
cammello.
Ora servi e
padroni sono tutti a cavallo. L'ordine di marcia viene
dato. I tre si curvano fin sul collo della cavalcatura in un ultimo saluto.
Giuseppe si inchina, Maria pure e torna a guidare la manina di Gesù in un gesto
di addio e di benedizione.
Dice Gesù:
«Ed ora? Che
dirvi ora, o anime che sentite morire la fede?
Quei Savi
d'oriente non avevano nulla che li assicurasse della verità.
Nulla di soprannaturale. Solo il calcolo astronomico e la loro riflessione che
una vita integra faceva perfetta. Eppure hanno avuto fede. Fede in tutto: fede
nella scienza, fede nella coscienza, fede nella bontà divina.
Per la scienza
hanno creduto al segno della stella nuova, che non poteva che esser
"quella", attesa da secoli dall'umanità: il Messia. Per la coscienza
hanno avuto fede nella voce della stessa che, ricevendo "voci"
celesti, diceva loro: "È quella stella che segna l'avvento del
Messia". Per la bontà hanno avuto fede che Dio non li avrebbe ingannati e,
poiché la loro intenzione era retta, li avrebbe aiutati in ogni modo per giungere
allo scopo.
E sono
riusciti. Essi soli, fra tanti studiosi dei segni, hanno compreso quel segno,
perché essi soli avevano nell'anima l'ansia di conoscere le parole di Dio con
un fine retto, che aveva a principale pensiero quello di dare subito a Dio lode
ed onore.
Non cercavano
un utile proprio. Anzi vanno incontro a fatiche e spese, e nulla chiedono di
compenso che sia umano.
Chiedono
soltanto che Dio di loro si ricordi e li salvi per l'eternità.
Come non hanno
nessun pensiero di futuro compenso umano, così non hanno, quando decidono il
viaggio, nessuna umana preoccupazione. Voi vi sareste messi mille cavilli:
"Come farò a fare tanto viaggio in paesi e fra popoli di lingua diversa?
Mi crederanno o
mi imprigioneranno come spia? Che aiuto mi daranno nel
passare deserti e fiumi e monti? E il caldo? E il vento degli altipiani?
E le febbri stagnanti lungo le zone paludose? E le fiumane gonfiate dalle
piogge? E il cibo diverso? E il
diverso linguaggio? E... e... e".
Così ragionate
voi. Essi non ragionano così. Dicono con sincera e santa audacia: "Tu, o
Dio, ci leggi nel cuore e vedi che fine perseguiamo. Nelle tue mani ci
affidiamo. Concedici la gioia sovrumana di adorare
Basta. E si
mettono in cammino dalle Indie lontane. (Gesù mi dice poi che
per Indie vuoi dire l'Asia meridionale, dove ora e Turchestan,
Afganistan e Persia)
Dalle catene mongoliche sulle quali spaziano unicamente le aquile e gli
avvoltoi e Dio parla col rombo dei venti e dei torrenti e scrive parole di
mistero sulle pagine sterminate dei nevai. Dalle terre in cui nasce il Nilo e procede,
vena verde azzurra, incontro all'azzurro cuore del Mediterraneo, né picchi, né
selve, né arene, oceani asciutti e più pericolosi di quelli marini, fermano il
loro andare. E la stella brilla sulle loro notti, negando loro di dormire.
Quando si cerca Dio, le abitudini animali devono cedere alle impazienze e alle
necessità sopraumane.
La stella li
prende da settentrione, da oriente e da meridione, e per un miracolo di Dio
procede per tutti e tre verso un punto, come, per un altro miracolo, li
riunisce dopo tante miglia in quel punto, e per un altro da loro, anticipando
la sapienza pentecostale, il dono di intendersi e di farsi intendere così come
è nel Paradiso, dove si parla un'unica lingua, quella.
Un unico
momento di sgomento li assale quando la stella
scompare e, umili perché sono realmente grandi, non pensano che sia per la
malvagità altrui che ciò avviene, non meritando i corrotti di Gerusalemme di
vedere la stella di Dio. Ma pensano di avere demeritato di Dio loro stessi, e
si esaminano con tremore e contrizione già pronta a chiedere perdono.
Ma la loro
coscienza li rassicura. Anime use alla meditazione,
hanno una coscienza sensibilissima, affinata da una attenzione
costante, da una introspezione acuta, che ha fatto del loro interno uno
specchio su cui si riflettono le più piccole larve degli avvenimenti
giornalieri. Ne hanno fatto una maestra, una voce che avverte e grida al più
piccolo, non dico errore, ma sguardo all'errore, a ciò
che è umano, al compiacimento di ciò che è io. Perciò, quando essi si pongono
di fronte a questa maestra, a questo specchio severo e nitido, sanno che esso
non mentirà. Ora li rassicura ed essi riprendono lena.
"Oh! dolce cosa sentire che nulla è in noi di contrario a Dio!
Sentire che
Egli guarda con compiacenza l'animo del figlio fedele e lo benedice. Da questo
sentire viene aumento di fede e fiducia, e speranza, e fortezza, e pazienza.
Ora è tempesta. Ma passerà, poiché Dio mi ama e sa che lo amo, e non mancherà
di aiutarmi ancora".
Così parlano
coloro che hanno la pace che viene da una coscienza retta, che è regina di ogni
loro azione.
Ho detto che
erano "umili perché erano realmente grandi".
Nella vostra
vita, invece, che avviene? Che uno, non perché è grande,
ma perché è più prepotente, e si fa potente per la sua prepotenza e per la
vostra idolatria sciocca, non è mai umile.
Ci sono dei
disgraziati che, solo per essere maggiordomi di un prepotente,
uscieri di un ufficio, funzionar! in una
frazione, servi insomma di chi li ha fatti tali, si danno delle pose da
semidei. E fanno pietà!...
Essi, i tre
Savi, erano realmente grandi. Per virtù soprannaturali per prima cosa, per
scienza per seconda cosa, per ricchezza per ultima cosa. Ma si sentono un
nulla, polvere sulla polvere della Terra, rispetto al Dio altissimo, che crea i
mondi con un suo sorriso e li sparge come chicchi di grano per saziare gli
occhi degli angeli coi monili delle stelle.
Ma si sentono
nulla rispetto al Dio altissimo, che ha creato il pianeta su cui vivono e lo ha
fatto variato mettendo, Scultore infinito d'opere sconfinate, qua, con una
ditata del suo pollice, una corona di dolci colline, e là un'ossatura di gioghi
e di picchi, simili a vertebre della Terra, di questo corpo smisurato a cui sono vene i fiumi, bacini i laghi, cuori gli oceani,
veste le foreste, veli le nubi, decorazioni i ghiacciai di cristallo, gemme le
turchesi e gli smeraldi, gli opali e i berilli di
tutte le acque che cantano, con le selve e i venti, il grande coro di laude al
loro Signore.
Ma si sentono
nulla nella loro sapienza rispetto al Dio altissimo, da cui la loro sapienza
viene e che ha dato loro occhi più potenti di quelle
due pupille per cui vedono le cose: occhi dell'anima, che sanno leggere nelle
cose la parola non scritta da mano umana, ma incisa dal pensiero di Dio.
Ma si sentono
nulla nella loro ricchezza: atomo rispetto alla ricchezza del Possessore
dell'universo, che sparge metalli e gemme negli astri e pianeti e
soprannaturali dovizie, inesauste dovizie, nel cuore di chi l'ama.
E, giunti
davanti ad una povera casa, nella più meschina delle città di Giuda, essi non
crollano il capo dicendo: "Impossibile", ma curvano la schiena, le
ginocchia, e specie il cuore, e adorano. Là, dietro quel povero muro, è Dio.
Quel Dio che essi hanno sempre invocato, non osando mai, neppur
lontanamente, sperare di averlo a vedere. Ma invocato per il bene di tutta
l'umanità, per il "loro" bene eterno. Oh! questo
solo si auguravano. Di poterlo vedere, conoscere, possedere nella vita che non
conosce più albe e tramonti!
Egli è là,
dietro quel povero muro. Chissà se il suo cuore di Bambino, che è pur sempre il
cuore di un Dio, non sente questi tre cuori che, proni nella polvere della via,
squillano: "Santo, Santo, Santo. Benedetto il Signore Iddio nostro. Gloria
a Lui nei Cicli altissimi e pace ai suoi servi. Gloria, gloria, gloria e
benedizione"?
Essi se lo
chiedono con tremore di amore. E per tutta la notte e la seguente mattina
preparano con la preghiera più viva lo spirito alla comunione con il
Dio-Bambino.
Non vanno a
questo altare, che è un grembo verginale portante l'Ostia divina, come voi vi
andate con l'anima piena di sollecitudini umane. Essi dimenticano sonno e cibo
e, se prendono le vesti più belle, non è per sfoggio umano ma per fare onore al
Re dei re. Nelle regge dei sovrani i dignitari entrano con le vesti più belle.
E non dovrebbero essi andare da questo Re con le loro vesti di festa? E quale
festa più grande di questa per loro?
Oh! nelle loro terre lontane, più e più volte si sono dovuti
ornare per degli uomini pari a loro. Per far loro festa e onore. Giusto dunque
umiliare ai piedi del Re supremo porpore e gioielli, sete e preziose piume. Mettergli
ai piedi, ai dolci piccoli piedi, le fibre della Terra, le gemme della Terra,
le piume della
Terra, i metalli della Terra — sono ancora opera sua — perché esse pure, queste
cose della Terra, adorino il loro Creatore.
E sarebbero
felici se la Creaturina ordinasse loro di stendersi
al suolo e fare un vivo tappeto ai suoi passetti di Bambino, e li calpestasse,
Egli che ha lasciato le stelle per loro, polvere, polvere, polvere.
Umili e
generosi. E ubbidienti alle "voci" dell'Alto. Esse comandano di portare
doni al Re neonato. Ed essi portano doni. Non dicono: "Egli è ricco e non
ne ha bisogno. È Dio e non conoscerà la morte". Ubbidiscono. E sono coloro
che per primi sovvengono la povertà del Salvatore. Come provvido quell'oro per chi domani sarà fuggiasco! Come significativa
quella resina a chi presto sarà ucciso! Come pio quell'incenso
a chi dovrà
sentire il lezzo delle lussurie umane ribollenti
intorno alla sua purezza infinita!
Umili,
generosi, ubbidienti e rispettosi l'uno dell'altro. Le virtù generano sempre
altre virtù. Dalle virtù volte a Dio, ecco le virtù volte al prossimo. Rispetto,
che è poi carità. Al più vecchio è deferito di parlare per tutti, di ricevere
per primo il bacio del Salvatore, di sorreggerlo per
sua straziante morte e lo seguirà, nella scia
dei salvati, nel ritorno al Cielo. Ma non lo vedrà più su questa Terra. E
allora per suo viatico gli rimanga il tepore della piccola mano, che si affida
alla sua già rugosa.
Nessuna invidia
negli altri. Ma anzi un aumento di venerazione per il vecchio sapiente. Ha
meritato certo più di loro e per più lungo tempo. Il Dio-Infante lo sa. Ancora
non parla, la Parola del Padre, ma il suo atto è parola. E sia benedetta la sua
innocente parola, che designa costui come il suo prediletto.
Ma, o figli, vi
sono altri due insegnamenti da questa visione.
Il contegno di
Giuseppe che sa stare al "suo" posto. Presente come custode e tutore
della Purezza e della Santità. Ma non usurpatore dei diritti di queste. È Maria
col suo Gesù che riceve omaggi e parole. Giuseppe ne giubila per Lei e non si
accora d'esser figura secondaria. Giuseppe è un giusto, è il Giusto. Ed è giusto
sempre. Anche in quest'ora. I fumi della festa non gli salgono al capo. Resta umile e giusto.
E felice di
quei doni. Non per sé. Ma perché pensa che con essi
potrà fare più comoda la vita alla Sposa e al dolce Bambino. Non vi è avidità
in Giuseppe. Egli è un lavoratore e continuerà a lavorare. Ma che
"Loro", i suoi due amori, abbiano agio e conforto. Né lui né i Magi
sanno che quei doni serviranno ad una fuga e ad una vita d'esilio, nelle quali
le sostanze dileguano come nube percossa dai venti, e ad un ritorno in patria dopo
aver tutto perduto, clienti e suppellettili, e salvate solo le mura della casa,
protetta da Dio perché là Egli si è congiunto alla Vergine e si è fatto Carne.
Giuseppe è
umile, egli, custode di Dio e della Madre di Dio e Sposa dell'Altissimo, sino a
reggere la staffa a questi vassalli di Dio. E un povero legnaiuolo,
perché la prepotenza umana ha spogliato gli eredi di Davide dei loro averi
regali. Ma è sempre stirpe di re ed ha tratti di re. Anche per lui va detto:
"Era umile perché era realmente grande".
Ultimo, soave,
indicatore insegnamento.
E Maria che
prende la mano di Gesù, che non sa ancora benedire, e la guida nel gesto santo.
E sempre Maria
che prende la mano di Gesù e
Non posso
respingere mia Madre. Ma bisogna andare da Lei per farla Avvocata vostra. Essa
è
"Ecco,
figli, il "vangelo della fede" nell'apparizione della scena dei Magi.
Meditate e imitate. Per il vostro bene».